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«I pensieri suicidi non sono atti di vigliaccheria da parte di persone egoiste»

Sopravvissuta a un tentativo di suicidio (56 anni) e madre di una ragazza con tendenze suicide

Com’è che una bambina di soli otto anni possa avere la sensazione che la vita sia insostenibile e la morte l’unica via d’uscita? Non lo so e, malgrado ciò, è proprio quel che succedette a me tanti anni fa. Mi trovavo sulla sponda dell’Aare e volevo buttarmi nel fiume semplicemente perché non ce la facevo più a vivere. Ma me lo impedirono. Nessuno mai parlò con me di questo mio gesto. Nemmeno quando ci riprovai a diciassette anni e solo per poco l’impresa non riuscì. Nella mia famiglia e tra i miei conoscenti l’argomento era un vero e proprio tabù: «Non se ne parla!».

Il desiderio di morire: un ospite indesiderato

All’età di diciannove anni diventai madre; ero convinta di aver trovato un senso della vita che mi avrebbe protetta da altri possibili pensieri suicidi. Purtroppo però, non fu così. Nonostante la grande felicità di essere madre di tre figlie, di tanto in tanto inesorabilmente arrivavo al punto in cui qualsiasi cosa sembrava essere una montagna insormontabile. Il desiderio di morte bussava alla mia porta come un ospite indesiderato, scatenando in me fortissimi sensi di colpa e di vergogna. Infatti, non appena mi sentivo un po’ meglio, non riuscivo assolutamente a immaginare come una madre di tre figlie potesse avere, anche solo lontanamente, questo genere di pensieri. Non potevo confidarmi con nessuno, perché nessuno voleva sentirne parlare, né mia madre affidataria né mio marito di allora. Entrambi erano dell’idea che si possa sconfiggere le tendenze suicide pensando positivamente e «stringendo i denti». In poche parole, era colpa mia se non riuscivo a liberarmene.

I pensieri suicidi sono come la febbre quando si soffre di polmonite

Fu solo a distanza di anni, quando mia figlia maggiore iniziò a soffrire di schizofrenia che cominciai a confrontarmi con le malattie psichiche. Fu un percorso lungo e pieno di ostacoli, che però alla fine mi ha «salvata». Capii che i pensieri e gli atti suicidi non sono affatto gesti di vigliaccheria compiuti da persone egoiste, come invece mi era sempre stato rinfacciato, ma che, come per esempio nel mio caso, sono sintomi di una malattia chiamata depressione. Scoprire che non ero l’unica ad avere questi problemi e che di certo non era colpa mia mi fu di grande aiuto. Mi spiegarono che i pensieri suicidi sono come la febbre quando si soffre di polmonite. Sono inevitabili. Ma si possono curare come la febbre. Durante la terapia ho imparato a riconoscere i sintomi d’allarme e a reagire prontamente per evitare di essere colta di sorpresa dai brutti pensieri.

Parlarne aiuta

Purtroppo la schizofrenia di mia figlia suscitò anche in lei innumerevoli tentativi di suicidio. E tutti ci chiedevano: «Come può farvi questo?» oppure «Per quanto tempo ancora intendete farvi manipolare da lei?» Osservazioni fatte perfino quando si trovava priva di conoscenza nel reparto di terapia intensiva ed io ero combattuta tra la paura e la speranza. Pur sapendo che può far male, grazie alla mia esperienza riesco ad affrontare il discorso con mia figlia. Parlare della «cosa» e stare ad ascoltare senza fare commenti moralistici e attribuire colpe, rendendola comunque partecipe di cosa provoca in me la paura di perderla.

Come accade alla maggior parte delle persone, il semplice fatto di parlarne, senza giudizi di valore e di riconoscere quanto sia profondo il dolore interiore fa spesso scomparire il desiderio di morire. Finché il suicidio resta un argomento tabù, le persone che ne sono soggette avranno difficoltà a confidarsi. Se però, i pensieri suicidi e i tentativi di compiere l’estremo gesto sono riconosciuti come sintomi di una malattia, chiunque sia in crisi può rivolgersi a qualcuno prima che sia troppo tardi. E questo senza dover temere di essere giudicato. Ritengo importante che in un colloquio si affrontino le seguenti domande: «Quali sono le situazioni o le circostanze della vita che provocano turbamenti interiori così gravi? A chi posso rivolgermi se mi ricapita?»

Sperare nell’amore

Sono assolutamente consapevole che il fatto di «parlarne» non garantisce che mia figlia non tenti di nuovo il suicidio o che, nella peggiore delle ipotesi, si uccida. So benissimo che anche se la amo con tutta me stessa, non posso impedire che ciò eventualmente un giorno accadi. Un giorno mia figlia mi chiese cosa farei se lei si togliesse la vita. Seppur a malincuore le diedi questa risposta: «Se tu un giorno arrivassi a un punto tale da non sopportare più di vivere e decidessi di gettarti in acqua nonostante tu non sappia nuotare, ti lancerei un salvagente e mi augurerei con tutte le mie forze che tu lo afferri. Se però tu non dovessi farlo, sappi che io non ti trascinerei a riva con la forza.» Questo è da sempre ciò che penso. Amo profondamente le mie figlie e spero che questo mio amore le sostenga e le aiuti ad affrontare le difficoltà della vita. Ma ho capito una cosa: Ahimè, non sempre è possibile impedire un suicidio! L’amore per le mie figlie va comunque oltre ogni malattia e anche oltre la morte.

Franca Weibel

Peer-Mitarbeiterin

Clienia Littenheid

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