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Qualche riflessione sul concetto di suicidio

«Uccidersi», «togliersi la vita», «compiere l’estremo gesto», «farla finita»...: in italiano vi sono diversi modi per esprimere l’azione di suicidarsi. Per il concetto stesso invece esiste un unico termine, ossia «suicidio». Viene quindi meno in italiano – almeno a livello di linguaggio comune – una distinzione che invece si fa in altre lingue come il tedesco, che conosce almeno due altri termini per designare il suicidio, e cioè «Selbstmord» (ovvero «uccisione di se stessi») e «Freitod» (ovvero «libera morte»). Il primo termine ha una connotazione criminale, il secondo implica un libero arbitrio. Entrambi, comunque, proprio a causa delle connotazioni che veicolano, sono inappropriati: un suicidio, infatti, non è un atto criminale e quasi tutte le persone che lo commettono non vogliono assolutamente morire. Desiderano solo porre fine alle loro sofferenze e si trovano in uno stato di crisi profonda accompagnato da un malessere così forte che non vedono altre vie di uscita. Spesso è proprio questo malessere interiore che gli impedisce di vedere altre soluzioni se non quella di togliersi la vita.

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